Che grande invenzione, il tasto “nascondi”

La più grande invenzione del mondo virtuale non è Facebook, non è Twitter. Non è il Social Network in sé, la rivelazione rivoluzione è il tasto “nascondi”. Questa opzione è di gran lunga la più grande intuizione del mondo moderno degli ultimi 150 anni. Vale l’indifferenza del mondo reale. Il tasto “nascondi” è la semplificazione della matematica, che diventa opinione. È la certezza di un quieto vivere. Il tasto “nascondi” è buttarsi su un’amaca (a peso) morto dopo un anno di lavoro e avere tra le mani il romanzo della vita ancora tutto da leggere. E’ una fellatio in riva al mare. Notturna. È la liberazione del 25 aprile. È il potersi lasciare alle spalle tutta la negatività, problematicità, la stucchevole amarezza di tutti i nostri giorni virtuali, quindi reali. È la reazione alla procedura attuata dal capo l’ultimo giorno prima di andare in ferie. <<Uhm sì dimmi, ok, quindi il piano di lavoro da settembre prevede che… sì, ok, certo… bene… ottimo.>> Il tasto “nascondi” ti lascia nel dubbio. In ogni caso, puoi sempre tornare sui tuoi passi. Rimettere in vita il socialmente morto. È l’uccisione della paranoia. Dell’antipatia. È  la speranza che tiene in vita la catena di collegamenti della nostra vita sociale. Non social. Sociale. È la cuccia dove il segugio si rifugia. Rivolgersi al tasto “nascondi” anestetizza un fastidio covato che potrebbe espandersi fino a diventare lesivo. Della propria immagine. Spingere a gesti inconsulti quali insulti. Minacce. Colpi di testa. Brutte figure. Siam uomini di mondo, suvvia. È tappare il buco della serratura dal quale non spiare più l’ex partner in camera da letto. È un grosso, liberatorio, gigantesco, meritato, stìcazzi. Il tasto “nascondi” vede e provvede. È il tocco di morfina per portare a conclusione la giornata virtuale. Son dieci gocce di valium, per dormire meglio. È lo strumento che metterebbe d’accordo, una volta per tutte, Israele e Palestina. È la vigliaccheria protetta dallo scazzo. Lo scazzo promosso a regola di convivenza. È la possibilità di uccidere qualcuno senza colpo ferire. Sentirsi furbo e in pace con la propria scelta. Valutata. Condivisa. È uno stato di ebbrezza. Il tasto “nascondi” è una droga nella quale rifugiarsi. È l’abominio dell’onnipotenza. Una manna dal cielo. Sostituisce il salutare qualcuno e mandarlo a fare in culo non appena gira l’angolo. Annega la socializzazione di circostanza. Depenna i discorsi di circostanza. È una supercazzola verso sé stessi. È il bicchiere sempre mezzo pieno. Offerto sempre dagli altri. È il miglior amico dell’uomo. L’accetta più affilata delle mirabili e spaziali stronzate altrui. È il tenere sempre in allenamento l’ego, perché cancellare significa diminuire quel numero di amicizie. Che non si sa mai faccia figo in qualche modo. È la volta buona che si dà ragione alla propria coscienza. Il tasto “nascondi” giaceva dentro e covava una vendetta da soddisfare. Il tasto “nascondi” semanticamente è qualcosa di  furtivo, lontano dalla luce del sole. Subdolo. Paraculo. Libertario. Ma soprattutto, è giusto. “Nascondetemi” pure, adesso.

L’infinito

Con la stanchezza di chi ha appena scalato una montagna, mi ritrovai in una grotta oscura, stranito, a tratti dubbioso riguardo la mia reale presenza in quel luogo sconosciuto. Mentre laddove gli occhi non potevano arrivare, era l’udito a suggerirmi un rumore scrosciante, in lontananza quasi in fondo alla caverna. Riparata al suo esterno, intravidi una cascata. Quest’ultima fungeva da portone alla mia piccola nuova dimora. Cercavo qualcosa da mangiare ma a dire la verità era la sete che stava avendo il sopravvento sui miei sensi, deboli tantochè pensai che la fine fosse inesorabilmente vicina. Cercavo ancora di capire il motivo per il quale mi trovavo lì, disperso, senza riuscire a capire molto della mia situazione. Il ricordo sbiadito di una spiaggia si faceva sempre più vivo, ma ancora le mia mente non riusciva a mettere a fuoco i particolari. Dove mi trovavo? Come ero arrivato fin qui? La grotta non doveva essere molto più grande di una normale stanza da letto, al suo interno non v’era nient’altro che ceppi d’arbusto e pietre e sabbia, che di certo non avrebbero reso confortevole il mio soggiorno.

Avevo un gran mal di testa, a niente serviva premere in continuazione la fronte quasi come avessi nelle mani un potere sovrannaturale e atavico. La prima cosa da fare era abbandonare la grotta. Mi diressi verso l’uscita, avvicinandomi potendo quasi toccare con il naso la cascata, immersi un solo dito su di essa e sentii una fresca brezza correre velocemente sul mio corpo. Le vene si paralizzarono in corsa. Cioè che rimaneva di me, la mia carcassa, tremò in un fibrillare che quasi persi l’equilibrio. Questa sensazione suscitò dentro le viscere ricordi che probabilmente avevo rimosso, sicuramente in modo inconscio o a causa di qualcosa che ancora non riuscivo a delineare. Realizzai, solo con un battito di ciglia che si addormentavano nella chiusura dei miei occhi, ancora la stessa spiaggia e nel mio vagare la percezione vidi un foglietto di carta volare via. Li riaprii con un gesto più istantaneo che voluto. Sentii la carne delle palpebre farsi dura e combattere a fatica la polvere e l’inattività che le impedivano di svolgere il proprio compito.

Perchè quella spiaggia? Cosa aveva significato per me quella carta? E soprattutto perchè la mia mente l’aveva visto volare via? Per la prima volta da quando avevo ripreso i sensi iniziai a guardarmi dal basso verso l’alto, con ancora un po’ di difficoltà visto il bruciore che mi appannava gli occhi. Indossavo un paio di scarpe ridotte quasi a brandelli, un paio di pantaloni sfiniti ed una maglietta slabrata ma per fortuna ancora integra. Istantaneamente misi la mano dentro una tasca, facendola scivolare verso il mio fianco destro, e sbarrando gli occhi mi accorsi di trovare al suo interno un foglietto di carta. Sempre più lentamente lo tirai fuori cercando di essere il più delicato possibile, sentii il battito del cuore alzarsi vertiginosamente. Era ancora integro, seppur un po’ bagnato. A mala pena riuscivo ad aprirlo.

La mia mente non riusciva a non pensare a che cosa sarei andato incontro nel leggere quel pezzo di carta, il mio misero aspetto avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi essere umano in circolazione e soprattutto ero solo. Nessuno avrebbe potuto spiegarmi il suo significato, se naturalmente ne avesse avuto uno. Ma ancora non sapevo se al suo interno v’era impresso qualcosa. Il solo motivo per scoprirlo era aprirlo. Subito. Senza pensarci troppo, dato che non è che avessi altre cose a cui pensare. No, non potevo farlo qua. Dovevo prima risolvere la questione principale. Mi trovavo in un posto che non conoscevo, dove non conoscevo nessuno e dove non conoscevo neanche il motivo della mia presenza.

Presenza. L’unica presenza in questa grotta ero io. Potevo sentire solo il calore del mio corpo, anche se radicalmente provato da chissà quale sforzo. In un istante breve quanto un soffio di fiato decisi di uscire dalla parte della cascata. Toccarla aveva suscitato in me qualcosa di molto vicino al mistero che mi avvolgeva in quegli istanti e questo bastava per convincermi che quella era la direzione da seguire. Riavvicinandomi con lo sguardo verso la brezza di cristallo cercavo con il mio senso visivo di spingermi oltre le pupille, forse per timore più che per curiosità, tanto che ancora non mettevo un solo piede verso la cascata. Per esserne completamente sicuro, con un gesto rapido quanto voluto controllai un’ultima volta la mia tasca. Il biglietto non si era mosso di un millimetro. Questa rassicurazione fu la spinta decisiva per andare avanti. Non avevo affatto sognato. Tutto era veramente successo, la percezione, il biglietto, il ricordo, una spiaggia. Ad incatenare i miei dubbi ci si ponevano il mio aspetto fisico e i vestiti. Mi trovavo in una grotta, ad una persona lucida sarebbe bastato solo questo particolare per cacciare ogni perplessità. Ma io, lucido, non lo ero. Provavo dolore alla spalla destra e faticavo ad usare le falangi in modo normale e corretto. Camminavo a fatica e sempre a fatica mi sorreggevo in piedi.

Uno, due, tre respiri e con uno scatto mi lanciai, disperato e quasi in lacrime, verso la cascata. Il mio avvicinare velocemente coincideva con una visuale che andava restringendosi sempre di più, e più mi avvicinavo più adesso la paura svaniva via e nasceva più curiosità, voglia di sapere, di conoscenza. La distanza che percorrevo non doveva essere più di tre o quattro metri, ma sembravano chilometri. Finalmente avrei saputo dov’ero, perché mi trovavo lì, cosa c’era scritto in quel biglietto, come mai mi sentivo sfinito ed assomigliavo più ad un cadavere che ad un essere umano. A un metro dalla cascata il mio sguardo andò oltre e vide qualcosa che mi fece rallentare, bloccandomi poco dopo all’istante, quasi sull’attenti, ad un centimetro dall’obiettivo.

Oltre lo sgorgare dell’acqua vidi il Mare, l’Oceano, l’Infinito!

Ho chiesto alla polvere

Ecco, avete presente la scena iniziale di Somewhere di Sofia Coppola? Forse sto sbagliando ma pare di ricordare fosse quel film. Comunque, quando per qualche giro di lancette la cinepresa fotografa l’unica auto che si aggira nei paraggi su paesaggi sperduti desertici americani (suppongo)? Fissa sullo stesso punto e si avvicina il vrrooooom dell’auto e la vedi solo per pochi istanti oltrepassare il campo? Il suono della mosca che sbatte di continuo contro la tua lampadina mentre attorno regna il silenzio? Zzzzz tac, zzzzz tac, zzzzzz tac. Entrambi sono me. Oggi per chi scrive, giorno X per chi legge. Mattutina domenicale polverosa vissuta nel deserto metropolitano della città in cui, letteralmente, vivo alla ricerca di un posto in cui nutrirmi. Ma potrei essere in una città qualsiasi. Polvere, caldo, asfalto, macchine. Magari fosse in zona il Rancho de la Luna. Il signor Duke sarebbe fiero di me, pur senza avvocato a farmi compagnia. Sto cercando un posto dove mangiare, miraggio. Dopo un sacco di tempo ho scelto un McDonald’s. Sono costretto, non c’è altro nel raggio di chilometri. A parte una serie di Casinò con fast food Dubai e musica etnica degli Emirati Arabi. No, non sono ancora pronto per cose del genere. Meglio il Mc. La domenica tutti fuggono. Si ha una sensazione strana, quando si entra in posti come questi. Un posto talmente anormale da rigurgitare il contrario di esso e buddistizzarsi rinascendo normale.

Ah, prima che mi dimentichi e prima che cominci. Tu sei finito nel mio blog e non io nel tuo. Quindi ti smonto le premesse di sbazzinamento visto il tema. Che comprende il radical chic che si reca da McDonald’s sperando di trovarci non so che. Ciao, alla prossima.

Ma qui sta il punto. Nel Mc, vai a botta sicura. Sai benissimo cosa trovi. Hai presente quanto ti rasserena e sollazza la sensazione di vederti in un’isola deserta con un cocktail colorato in mano mentre rimani imbottigliato nel traffico di dicembre o di agosto, subitoappenadopo che il climatizzatore della tua auto ti ha fatto ciao con un gesto più istintivo che voluto? Ok, sei ancora lontano. Il Mc, l’amico Mc è molto più prevedibile di quel sogno. Di gran lunga. Dai soltanto pronunciandolo stai parlando di un amico. “Hey Mc, brutto stronzo, come stai?”. Mmm forse da noi latini non rende. Abbiamo nomi troppo complicati, lunghi, importanti. Seobaoustiauonuo. Non ce l’hanno mai fatta tutti gli americani a cui mi son presentato. Loro sono easy, ginnici, scattanti, fighi. John, Jim, Nick, Eric. Fine. Cazzuti. I loro nomi sembrano dirti “Cazzo vuoi? Ti spacco il culo!”. Dicono tutto senza curriculum. “Ciao sono Piercarlo o Giangiacomo”. “I’m Josh, pussy!”.

Mi aggiro come un ufomammut al raduno di espositori di cristalli senza chiedermi cosa chi come perché quando. Ce la posso fare ce la posso fare, mi dico. Eppure dopo pochi attimi comincio a sentirmi più civilizzato rispetto alla mia condizione precedente all’ingresso nel regno dei culi flaccidi. Mi sento a mio agio e tutto il mio organismo celebrale mi rema contro senza riuscirci. La fila, innanzitutto, non esiste. Scomparsa, volatilizzata. Soltanto Elvis ha fatto meglio. Forse pure Jim. Beh anche Mina sa il fatto suo. Appena arriva il tuo turno, anzi appenaappenasubito arriva il tuo turno, a una delle cinque casse aperte e disponibili ordini quello che vuoi. Qualunque cosa, schifezza al mondo, lampadina, cavatappi, cemento, panino, lì non importa. Dieci secondi dopo è lì davanti a te che ti guarda. Senti anche il tiiiiin jingle e la stellina in alto a destra che si allarga fino a scomparire, luminosissima. Subito di fronte trovi l’aggeggio stile pos per saldare il conto se non hai contante. Cazzo aspetti? Infila la tua carta o bancomat o altro e muoviti! Tempo massimo, venti secondi se sei un neanderthal come me, là dentro. Un civilizzato ci mette al massimo 7 secondi netti. Bolt qua non sarebbe nessuno, caposala al massimo. Se esiti anche un solo secondo senti la persona dietro che già borbotta in attesa. E non sei al Grand Hotel che percepisci l’aria della persona dietro diventare tagliente e con signorilità arriva al massimo un accigliarsi il naso con pollice e indice. “Ehm..”. Qua ti arriva un “Muoviti, che fai? Hai fatto?” stile clacson al semaforo. “Peeeeehh! Dai muoviti, il verde è scattato da soli zero millicentesimi di secondo virgola uno! Cazzo!”. Stavolta stono molto di più rispetto a quell’altra volta. Un corvaccio nero in camicia bianca, sudato e stanco. Cosa ci faccio lì? Non ho la rabbia e la frustrazione di Bill Foster, quantomeno. Almeno ci sarebbe stato da divertirsi. Dopo aver ordinato, la signorina con cappellino preconfezionato ti porge il vassoio con dentro il tuo panino preconfezionato, un litro di roba aranciognola che dovrebbe essere thé alla pesca e un pacchettino con patatine fritte preconfezionate. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho atteso così poco. Per qualsiasi cosa, intendo. La mia caffettiera da 32 in genere fa il suo dovere nel mentre in cui faccio una doccia e leggo il giornale. Una telefonata. Una rete di Alvarez. Non c’è proprio paragone col resto del mondo. E poi tutti così sereni, contenti e spensierati. O sotto acido. Non ci sono altre spiegazioni.

Al Mc trovi davvero il cliente del Mc. Sai la classica mostra dell’artista X dove c’è sempre il signore sulla cinquantacinquina pizzettato brizzolato di serie e gli occhialini con la catenina intorno al collo? Che osserva i quadri o foto o libri o vattelapesca stringendo leggermente le palpebre degli occhi mentre osserva con fare intellettuale solo con le fessurine come fa Bart Simpson quando si spalla? Oppure al concerto Y, dove c’è sempre la tipetta alternativa, di solito rossa e vestita di nero con aria da vera rockettara? Che beve molta più birra di te, con le calze nere a rete e gli scarponcini neri? E il rockettaro sfigato standard pensa “Dio se avessi una donna così spaccherei il mondo!”. E poi la vede andare via col peggio del peggio del peggio del locale? Ecco, al Mc c’è davvero la famigliola taglia XXXXXXXXL per tutti. Padre, madre e figli in scala. Divorano di tutto a ritmo, una sinfonia che manco il coro del Kennedy Center Honors. A momenti attendo che si azzannino tra loro. Che non è mica male, chiariamoci. Di tutte le frasi a cazzo attribuite a James Douglas Morrison ad esempio, sì quelle che fa alternativo statare sul proprio profilo social, è passata leggermente inosservata anche perché scoperta da poco, la mia ormai preferita, irrobustita anche da video e audio (della serie, hey l’ha detta davvero lui! Non è lo stato di Pinco Pallo per atteggiarsi a citazionista! O situazionista? Boh). Insomma, dice così, e il video e la traduzione che ho trovato su Rolling Stone lo trovate qua. Poco da rocker e molto da Morrison direi.

Sai, c’è una cosa che mi irrita davvero. Cosa c’è di sbagliato nell’essere grassi? Voglio saperlo. Perché è così grave? Non ci vedo niente di sbagliato. Lo sai, mi ricordo quando pesavo 84 chili, ed ero alto come ora. Andavo all’università, e avevo il ticket per mangiare alla mensa. E la roba che ti danno da mangiare lì è per lo più basata sugli amidi – patate, mais – no? Perché costano poco. E non so cosa fosse – pensavo che se avessi saltato un pasto
sarei rimasto fregato. Allora mi alzavo alle 6 e mezza ogni mattina per riuscire a fare colazione. Uova, pappa d’avena, salsicce e toast. Latte. Poi andavo a lezione e mi ripresentavo per il pranzo. Puré di patate, e ogni tanto un pezzo di carne se gli avanzava. Poi altre lezioni, e di nuovo in sala mensa per altro puré di patate. Più o meno tre mesi dopo pesavo 84 chili, e sai che c’è? Mi sentivo alla grande. Mi sentivo come un carrarmato, come un grosso mammifero, una bestia. Quando camminavo nei corridoi o in cortile mi sentivo in grado di affrontare chiunque. Amico, mi sentivo solido. Essere secchi e magri è terribile perché basta un soffio di vento a spingerti via. Grasso è bello.

Sparatevi questo nel vostro stato, luridi stronzi! direbbe il giornalista signor Duke. Davanti a me infatti avevo grosse bestie, mammiferi, carrarmati altrettanto felici di esserlo. Una beatitudine della vista. Sereni nella loro condizione di goduria totale del pranzo domenicale di famigliola consumatrice al centro del mondo. “Papà voglio quel gelato! Lo vedi? Quello in alto al cioccolato alle perline!” sbàzzina la bambina che ha fatto fuori panini, litri di Coca e patatine formato maxi. Un pacchetto troppo piccolo. Le ricordavo molto più grandi, le porzioni. O forse ero più piccolo io. Non possono assomigliare alle porzioni minime di cui ha parlato Morgan Spurlock. Ordina al padre sottomesso direttamente dal tavolo a circa 10 metri dal minuscolo cartellone sopra le casse. Ora vuole il dolce, la gianduiotta paffutella. Io 12/10 a malapena intravedo i panini, che sono pure belli grossi. Evidentemente la mammifera conosce bene il menu. Non si deve neppure alzare, passano i camerieri. Cosa che non mi pareva di ricordare. Oltre alla famiglia Morrison l’attenzione la attira una coppia vagamente sobria. Lei dell’Est che non sta per estetica, tacchi 20, vestita in modo leggermente provocante. Trucco 30, jeans taglia neonato, top al top. Unghie di un metro e mezzo. Lui, Vien Diesel dè noantri, canottierona e collanona d’oro d’ordinanza, rimetterebbe a posto qualsiasi motore da vent’anni abbandonato a 200 metri sotto il più sperduto fra gli Oceani. Tutta gente normale, persone che votano, prendono decisioni, portano avanti attività e mangiano la domenica al McDonald’s. Come sono lontani i baffetti e gli occhialetti rionemontipigneto. Sollievo.

Il Mac, l’amico Mc, è davvero uno dei posti più confortevoli del pianeta. Il “problema” bimbi? Li molli nel parchetto giochi cyberpunk preconfezionato là fuori. Vengono risucchiati da un grosso tubo grigio, vanno a finire in una grossa centrale preconfezionato elettrica dove spariscono per ore e ore: non si sentono altro che tonfi, rumori sordi e urla. Il mostro li risputa a fine giornata tutti ammaccati e sudati ma con un sorriso grande così. Distrutti, pronti per andare a letto e fuori dalle palle. Problema risolto. Vacci tu a rincorrerli al parco, i tuoi marmocchi. Ai lati dell’impalcatura creata da Dick o Gibson ci sono pure fessure dove infilare le scarpe dei mocciosetti cicciotti. Se non è civiltà questa! Imparano ognuno a scegliere il proprio scaffaletto. Tutto è colorato, allegro e tutto ha un senso. Socializzano. Il tappetino verde in finta erba sintetica (non in erba finta e in sintetico. In finta erba sintetica finto erba). C’è pure, nel quasi retro, diciamo a lato, il self service direttamente dall’auto. Ok, non ti risponde Kevin Spacey offrendoti il Mc. Ma non sei neanche sua moglie con l’amante, cazzo vuoi? E neanche la signora che gesteggia Bill Hicks, dopo averlo affiancato in auto, di non mangiare guidare fumare at the same time mentre si guida e poi va a schiantarsi contro un muro proprio mentre lo apostrofa dall’altra parte del finestrino. Ma non ci giurerei, tutto corrisponde esattamente. Potrei essere qua, nella via sperduta con ai lati solo concessionarie polverose e un solo Mc aperto per mangiare un panino nel raggio di chilometri, o in Arizona. O nel Kentucky. O in uno dei Waffle House mentre sempre Hicks rimane di sale quando una cameriera gli chiede “Why are you reading —> for?”. Perché leggo? Risponderà Hicks, per non finire a fare la cameriera in un cazzo di Waffle House. La aiuta un tricheco alla Earl “Hey, sembra che qui abbiamo un lettore”. Che scena (minuto 0:17:02), che personaggio, Bill Hicks. Cambia la vita, te la stravolge, provatelo qualche volta.

Ma chi ha creato i Mc Donald’s? Non i fratelli McDonald, è stato Ubik, son sicuro. Che siano statunitensi è irrilevante. Non sono giudicabili. Come vuoi giudicare chi ha creato Jimi Hendrix e George Bush? Bukowski e Britney Spears? Comunque, gli olandesi sono sempre stati avanti. Il primo Mc europeo è stato impiantato lì nel 1971. Questa è continuità della civiltà. Adesso in India hanno aperto il primo Mc vegetariano. Coerenza e sviluppo. Me ne vado quasi con il terrore di ributtarmi a peso morto nella polvere, nel grigiore degli autobus che sfrecciano carichi di sardine. Di file, letto all’italiana e all’inglese, persone che non sanno che farsene di un Big Mac e della tranquillità di un pranzo spensierato della domenica. Lascio un posto in cui le persone che ci entrano sanno sempre cosa fare dove fare come fare. Basta che paghi, mangi e sorridi. Basta che stai sempre attento alla fila. Sto per reintrodurmi nel mondo reale fatto da persone infelici già uccise da quello che sono o forse da quello che non sono. O forse questo sono soltanto io e il caldo, io e la polvere, io e la fame, finalmente passata a miglior vita. Forse Renton nei suoi due monologhi ha già detto tutto e non c’è più altro da aggiungere. Sono già lontano quando ricordo di non aver riconsegnato il vassoio e averlo mollato al tavolino. Con noncuranza. La memoria visiva mi aiuta a ricordare che lì, tutti, ripongono con affetto il proprio vassoio nell’apposito appoggia vassoi non prima di averli svuotato negli appositi cestini. Già mi sento in colpa. Il solito incivile del cazzo, avrà pensato la cameriera che un minuto prima si lamentava di orari e stanchezza. So da dove vieni e so che sei capitato qua di passaggio. Ti conosco. Torna pure al tuo mondo fatato che qua metto a posto io, stronzo del cazzo, non siamo mica in un Waffle House in Arizona e non siamo nemmeno in un Mc Donald’s in Kentucky.

O forse sì, chi può dirlo?

Chi ha trovato questo blog

Raccolta di chi è arrivato a questo blog con chiavi di ricerca (mamma mia!):

london calling significato
persone obsolete
mick jagger incontra jim morrison
daniele luttazzi plagio
nobraino si rasa i capelli
massive attack vittorio arrigoni
mell diavolik
foto morrison + jegger
film anni 80 guerra di bande con omicidi stupri e arti marziali
kyuss tribunale
jim morrison o mick jagger
dott. dino zoff
slo burn
giovani balilla
luca serianni pronomi allocutivi
maramessi
delio rossi forlimpopoli
servizietto pubblico
etichette dharma
grillo e il caso pasolioni
rampini fine sprawl
videodi topo gigio del1965
cerca foto di scherch mare algerino
the warriors rivali
chi suona il basso nel tour dei kyuss lives?
kyuss religione
stay strong + significato
nick oliveri sostituito da nei kyuss
g&b via sant’antonio maria gianelli 19 roma
nudi in doccia spogliatoio
rampini annozero sprawl
tavola apparecchiata in stile western
rasa i capelli primo maggio
concerto primo maggio rasa i capelli
mourinhismo
rango cartone clint eastwood
oliverobeha libro su calciopoli
grammatica vi ho purgato ancora
fortapasc oggi
anita pallenberg il grande amore di keith
calcio mancino rivista left emanuele santi
cuel prete maiale
quali sono i pedali di nick oliveri
lampada di aladino a forma di pallone di basket
vivere torpignattara
koeman punizioni
gruppi preferiti di trent reznor
di chi é citazione il segno si decifra l apparenza no
ceccodotti
strage di ustica wikipedia
orgoglio sardo facebook
santanchè a pedate nel sedere
robocop utras inter
firma gianni agnelli
luttazzi plagiarism
incontro mick jagger e jim morrison
emanuele santi
cazzu 2love u
mick jagger incontrò morrison
querelle kyuss lives
dischi ventennio
il segno si decifra, l’apparenza non si decifra significato
dharma initiative etichette
sarroch siamo noi
saviazio
luttazzi ferrara plagio
london calling canzone di pace
cosa dice mike jegger di jim morrison
jim morrison incontra mick jagger in aeroporto
giorgia surina calze a rete
notizie rilevanti della settimana
kyuss garcia capelli
in doccia vengono le migliori idee. woody allen
meglio jim morrison mick jagger
inter e juve simpatia
dove comprare i pantaloni dei nobraino
hollywood bowl doors delusione
sinonimo di “quattro volte a testa”
saras ettari
questione plagi luttazzi
mic gegger all oliwood boowl
luttazzi plagio
double talkin gruppo sassari
metroici in russia
l’inter mandante di calciopoli
guerrieri della notte film completo blog 01
plagio luttazzi
dalai lama vittorio arrigoni
emanuele santi calcio mancino left
foto nobraino che si rasa i capelli
dove posso trovare il diario di bobby sands
my records italia
le compagne di bobby sands frasi
“età”
aria sbazzina
fodato calcio
testo infinity sympathy massive attack
keith richard contro titolo baronetto
differenza ukulele chiave c
mick jagger magrezza

Julian Ross Magazine

Da qualche settimana ci ritroviamo pure qua.

La nostra Mission

Qui si parla di sport, a modo nostro.

Qui si parla di storie, ché quello che ci interessa è la storia dietro un evento, una sfida, una partita, un match, una persona.

Qui si parla di persone, di vincenti e di perdenti. Soprattutto di perdenti, perché qualcuno deve pur tener fermi i cavalli.

Qui si parla di storie conosciute e di storie dimenticate. Di eroi consapevoli e di eroi per caso, di vincenti e di perdenti loro malgrado. Di quello che poteva essere e non è stato, di quello che è stato e di quello che forse sarà.

Qui si vive in un mondo immaginario, dove l’Ungheria del 1954 e l’Olanda del 1974 vincono il mondiale, dove i cestisti jugoslavi giocano la loro ultima olimpiade assieme e battono il Dream Team nel 1992. E dove il cuore permette a Julian Ross di battere Holly e Benji, per una volta.

Qui ci importa poco del tutto e subito, della dittatura dell’attualità.

Qui la Storia viene scritta anche dagli sconfitti, non solo dai vincenti.

Qui proviamo a fare qualcosa di diverso, sperando di andare in direzione ostinata e contraria, provando a scrivere di sport in un modo che ci piacerebbe leggere molto più spesso.

Proviamoci, raccontando storie. Perché ci sono storie che meritano di essere raccontate.

L’Inter è la Juve, la Juve è l’Inter

“L’Inter ormai è la nuova Juve, vincente e odiata da tutti”.

Quante volte si è sentito questo ritornello negli anni che culminarono nel triplete? E devo dire che il giudizio si avvicinava molto spesso alla verità, anche se non ne ho mai condiviso il tono da stadio di chi ne faceva il proprio vassillo quotidiano. I paragoni potevano sprecarsi nell’astio respirato ad ogni trasferta e nella gioia ultra(s) condivisa ad ogni gol subìto. Oppure nelle bastardaggini di mercato. A livello dirigenziale quel cinismo che da sempre era mancato, vedi casi Pandev (al limite e forse oltre il regolamento), Ibrahimovic e Vieira (il sacco di Torino), Eto’o (colpo del secolo per una dirigenza che in passato ha contato tra le dita gli acquisti andati non a  male). Mettiamoci poi l’antipatia cronica dei due condottieri del periodo, Mancini e Mourinho, per niente inferiori al detentore per eccellenza del titolo, Marcello Lippi.

Se, nonostante tutto, l’Inter comunque continuava ad essere l’Inter, sempre a detta degli sportivi e (soprattutto altrui) tifosi, era per la sua naturale e atavica propensione alla lamentela. Di qualsiasi tipo. Impossibile dimenticare manette, rincorse contro arbitri, interviste scellerate, calci e pugni agli avversari e commenti poco edificanti sui giornali. La lamentela è sempre stata nel dna della squadra nerazzurra, vuoi a causa di tutto quello che si sa, vuoi a causa di una condizione di inferiorità passata, almeno a livello di trofei, con le altre due compagini altrettanto blasonate, con i cugini, per ovvi motivi europei, un gradino sopra nella scala del rosicaggio. Anche quando una Champions meritata arrivava comunque dopo gravi errori a favore. Che ci stanno, a meno che non si abbia Robocop con un fischietto in bocca. In quegli anni, invece, la Juve bazzicava la serie B, la vinceva dopo gite fuori porta che neanche le migliori famigliole la domenica, riassaporava il calore dei tifosi, la simpatia di tutti gli amanti del calcio, quello pulito e paziente insomma. Va bè, trovate da voi l’ossimoro tra due parole. Comunque, si diceva, la Juve in pratica diventava l’Inter. Simpatia e quasi pena, ammirazione e rispetto almeno per l’intestardirsi di quei campionissimi nel rincorrere l’Albinoleffe e sudare sangue a Rimini, nella provincia del calcio.

In pochi anni, cambia tutto. La Juve torna Juve, l’Inter torna Inter. I primi dominano, vincono, i secondi annaspano, incespicano. Come da tradizione. Come d’incanto poi l’Inter smette di lamentarsi, dopo due anni bui scioglie le riserve, ammette le colpe, non solo societarie, e fa fuori mezzo staff e una serie di campioni bolliti che neanche il brodo di lenticchie a capodanno. Dopo deja vù di salti di panchina affida la squadra a un giovine che va tanto di moda e infila una serie di non colpi di mercato mascherandoli da tali. L’unico che ancora non ne vuol sentire di pagare la sua scelleratezza è Massimo da Milano, ma va bè, sarebbe chiedere troppo.

La Juve invece si interizza. Spende e spande, si aggiudica i pezzi migliori in un mercato di vacche rachitiche e comincia ad avvertire lo spauracchio dell’accerchiamento da saloon. Agnelli Andrea, rampollo Aja o da consorzio, affina i suoi studi marketing ad Oxford prima di fare carriera in Piaggio, Philip Morris, Auchan e naturalmente Ferrari. Ma è con la cravatta a tinte bianco nere che mette a frutto la sua esperienza nel settore. Un esperto saprebbe intravedere pure i libri da dove prende spunto nelle conferenze stampa. Da subito gioca al gatto col topo con i tifosi, stanandoli su argomenti che il cuor toccano e di più sfregano l’animo. La juventinità. È quello di cui hanno bisogno e infatti tutti per uno e uno per tutti. Non pago dopo il meritato scudetto e le recenti indagini su calcioscommesse, getta dentro la mischia la sua squadra, che nulla c’entra. Come? Emblematica, a parte la difesa di Conte, tecnico di Bari e Siena (almeno per queste indagini), e il 30 sul campo come slogan da lasciare ai posteri, la fascia di capitano riservata all’indagato Bonucci nell’amichevole di ieri. Poi ci si lamenta se gli indagati per mafia in questo paese finiscono nei Ministeri. Messaggi chiari e forti. Va bene, ok, ci sta la difesa, la dichiarazione di circostanza, ma forse non si è buttato il cuore un pò troppo oltre l’ostacolo? Sempre un indagato rimane. “Bisogna fare quadrato per non lasciarlo solo”. Poveraccio, il Bonucci che rimarrebbe solo perché avrebbe (non si sa) infranto la legge sportiva. Già con la convocazione agli Europei si era rischiato il paradosso.

La Juve si interizza quando vede tutto un complotto contro di essa, quando essa stessa poco c’entra con i fatti che (non) le vengono appuntati. A che pro? Continuare a ingolosirsi i tifosi, per sentirsi “uno di noi”? Può essere. Invece di non dico mettere alla berlina gli indagati, sbattendogli le porte in faccia ed abbandonarli al proprio destino (che come è giusto che sia, non si sa ancora quale sarà e nessuno può dire che tenda per il peggio), ma forse sarebbe stato il caso di precisare che la Juventus Football Club non c’entra nulla con queste indagini? Lasciando cadere la polemica, non ci sarebbe spazio per il rampollo del marketing e per l’unanime consenso dei tifosi. E magari ce ne sarebbe in più per qualche operaio Fiat. Insomma, come per la Milano nerazzurra ieri, per la Torino bianconera oggi, lamentarsi fa bene, conviene. Nel primo caso per sviare da scelte societarie e di mercato degne del miglior Paperino, nel secondo caso per continuare la scia di lamentele e tenere alta la polemica del dopo calciopoli, che porta comunque consenso e fa vendere giornali. Non sia mai che nel marasma generale magari ci scappi pure qualche auto (mentre la Fiat scappa sul serio).

E il Milan? Il loro è un altro pianeta, non si lamentano mai, ultime stagioni a parte (hanno rasentato il ridicolo, che hanno per dna presidenziale). Quando sbagliano stagione, i rossoneri arrivano al massimo terzi, quarti se proprio succede un patatrac. È da qualche anno che non risultano antipatici, poi ora senza Gattuso e Ibrahimovic fanno addirittura simpatia, pacca sulla spalla. Il tempo di portare a casa un’altra Champions e poi tutto si sistemerà, come da tradizione.

London Calling e nessuno risponde

La polemica è vecchia, puzza di pesce già dal suo annuncio. Ma come si fa a rimanere in silenzio quando si legge sul Corriere della Sera di oggi che London Calling è sì anche una canzone contro gli eventi sportivi che distraggono le masse, ma è ormai talmente famosa che ha perso il suo significato. Quanta violenza c’è in una frase del genere?

E diventa la colonna sonora di questi giochi Olimpici. Pure? Quindi mi state dicendo che in base ad un paio di parametri che nulla hanno a che fare con lo stato d’animo di una persona, di un’artista al momento della creazione, un’opera d’arte cambia significato, addirittura stravolgendo e capovolgendo quello originale? Da quando la fama diventa non più sinonimo di conoscenza ma di trasformazione all’interno di un processo creativo, al quale, non sempre ma non è questo il caso, è legato un significato preciso? A quando Sympathy for the Devil cantata a messa o Storia di un impiegato inno dei secondini? London Calling, si dice, da canzone di protesta contro le omologazioni e la deriva sensazionalistica in cui l’Inghilterra stava andando incontro, diventa simbolo non solo di una città ma di una nazione intera tanto da diventarne la colonna sonora.

Il segno del rilancio. Eccolo Andy Warhol e il suo genio anticipatore: tutti siamo buoni per mille significati, basta far passare un pò di tempo, lasciarti il tempo di adularti e riempirti di leccornie (ci sarà certo un motivo se Mick Jagger ha ritirato l’onorificenza di baronetto, sì: puntellare il suo ego; ma ce ne sono altrettanti migliaia e di gran lunga più seri, se Keith Richards da quel giorno lo ha odiato ancora, sempre, un pò di più [sia il titolo di baronetto che Jagger]: scolpiti tra le sue rughe e una fedina penale lunga così) e vedrai che quello che avevi sempre visto bianco potrà essere blu, nero, giallo, rosso. Da qualche parte ci si era chiesto, tempo fa, se prima di scegliere alcune tra le canzoni della colonna sonora, qualcuno aveva letto almeno i testi. Evidentemente no. O evidentemente sì, visto che la prima strofa di Pretty Vacant è molto più commestibile che la prima di God Save the Queen. A quando Exodus inno della Lega?

Non si parla di cambiamenti di processi creativi, di Piero Pelù che diventa la macchietta di sé stesso o di Sting che gioca a fare l’intellettuale. Quelli sono processi di trasformazione insiti all’interno dell’artista. Non è il confronto tra il Van Gogh del Belgio e quello della Francia del Sud. Nè tra il Pollock del prima e del dopo Springs. Come si fa a vedere il mondo alla rovescia in maniera così internazionalizzata e condivisa da tutti? Non si vede un generico ma neanche tanto rovesciamento dei significati? “Hey ci siamo ripresi, i timori di London Calling sono superati”. Come direbbe Stanis La Rochelle questo atteggiamento è, sorpresa, troppo italiano. Siamo noi i barzellettieri dell’unione nazionale in nome dello sport. E tutti a twittare le emozioni, a commuoversi davanti alla tv, a compiacersi “ah l’inno della mia giovinezza finalmente riconosciuto, ce l’ho fatta, tesoro passami il Bourbon e un pò di ghiaccio”.

Che ci vogliamo fare? Che ti aspetti dai bianchi? Noi, che oltre ad aver rubato terre e ricchezze a popoli lontani, ogni giorno fingiamo di essere loro, mentre un tempo li abbiamo disprezzati e distrutti: labbra rifatte le donne, muscoli da palestra gli uomini, lampada e raggi solari per avere più colore, treccine e rasta. E per non parlare della musica. Il blues che fa tanto figo, retrò, è ritmico e suadente, sensuale e struggente. E il batterista dei Bud Spencer Blues Explosion che si sorprende, perché quando suonarono mesi fa all’International Blues Challenge di Memphis, ad un festival blues, dentro la sala c’erano solo bianchi. E non capiva perché i neri, per protesta, si erano radunati fuori dando vita ad un festival alternativo. Ma poi, hey, abbiamo spaccato il culo! Che tristezza. I bianchi che fanno blues, mi fate schifo. George Carlin riassunse tutto con lo stile che lo contraddistinse, pace all’anima sua:

“I bianchi non dovrebbero mai avere l’interesse di suonare il blues, mai, in nessuna circostanza. Mai, mai mai. Perché cazzo i bianchi dovrebbero essere tanto tristi da suonare blues? “Il Banana Republic è a corto di cachi?” “La macchina per l’espresso si è inceppata?” “Hootie and the Blowfish si sono sciolti?”. I bianchi dovrebbero capire che il loro lavoro è di dare alla gente il blues, non farlo. E di certo, non cantarlo o suonarlo. Vi do un piccolo suggerimento sul blues, gente: non basta sapere quali note suonare. Hai bisogno di sapere perché quelle note vanno suonate.”

I neri o negri, che Joe Strummer sì aveva rispettato, amato e difeso nella Londra delle rivolte. Rivisitandone lo stile e rispettandone gli intenti. London Calling non è Hey Jude, immensa come immenso è il mio Beatle preferito, non è Starman nè I bet you look good on the dancefloor. È a questo che si è puntato, neppur tanto sottotraccia. Gli esempi di capovolgimento (per tornaconto) di significati si contano un pò da tutte le parti: Rino Gaetano sparato a mille prima ai raduni di estrema destra e poi con l’avvento del radical in salsa rossa staziona stabilmente a sinistra; il volto di Edward Norton in American History X prestato a sua insaputa a movimenti romani di ultra estrema destra; Jovanotti che afferma la stupidaggine del secolo “sono di sinistra ma adoro i film di Clint Eastwood”.

A quando Gian Maria Volontè volto dei Vanzina? Ah no, giusto, non gli si può neppure chiedere un parere, è purtroppo passato a peggior vita. Come John Graham Mellor, un ragazzo che 33 anni fa ha scritto una canzone mettendo in guardia la sua città e il mondo dalla strumentalizzazione dei media e dall’arroganza dello sport nei confronti delle giovani menti.

E per me questo è l’unico significato che conta.

Io odio (platonicamente) l’uomo tecnologico

Avete presente l’uomo tecnologico? Quella particolarità di bipede che possiede praticamente tutte le novità (e dico tutte) in ambito tre punto zero? Magari, ed è quello che fa la differenza, giusto per dare nell’occhio? Dai su su, che lo si riconosce. Bene. Io, suvvìa platonicamente s’intende, lo odio. Se sei uno di questi esseri erranti, hey, non prendertela. La mia opinione in fatto di tecnologia vale quanto quella di Bondi in fatto di poesia.

Li odio, dicevo.

Mi son ricordato o forse ho preso coscienza di questo fatto perché proprio oggi uno di loro si è seduto a fianco a me, nella zona rossa di un bar. Avete presente quelle giornate uggiose metaestive passate su spiagge chilometriche dove ci siete soltanto voi e l’unica altra forma di vita tollerata è l’eventuale panino ripieno di salame e fontina con annessa muffa (ecco l’altra forma di vita tollerata) di circa un paio di giorni che sta a vegetare nello zaino “che tanto uno di questi giorni me lo mangio”? E poi, da lontano lo intravedete, si materializza, sfuocandosi come neanche un personaggio di Lynch, lo spiaggiofilo medio in cerca di folla (tanto arriva da Milano, povero, non ne vede mai) che tra tutta quella landa desolata di paradisi e ben di Dio vi piazza l’asciugamano ad un millimetro dal vostro e per poco non vi infilza il polpaccio sinistro con l’asta dell’ombrellone? Ci siamo quasi insomma. Nella moltitudine di grigi tavolini in attesa e di sedie meno in attesa, lui piazza le sue natiche tecnologiche alla destra delle mie, piccole insignificanti natiche non tecnologicamente avanzate. È già un onore, secondo lui, immagino.

In un piano sequenza all’americana (i miei super occhiali tattici fanno pendant con l’ambientazione noir ma svolgono sempre anche il loro porco lavoro investigativo, oltre che consegnarmi a porta vuota l’aria da [finto] intellettuale) sciorina il meglio del meglio della sua collezione: Mac, Ipod, controIphone e telefonino da comune mortale. Comunque qualche migliaia di modelli avanti del mio paleontologico mezzo di comunicazione non visiva. E l’Ipad dove lo hai dimenticato? Non hai qualche gingillo che ti ricorda di portartelo sempre dietro? Lo tieni sulla tazza del cesso? In effetti ce lo vedo, il tipo tecnologico, la mattina mentre caga con l’Ipad bello tra le mani e il cesso super avanzato gli pulisce i peli dell’organo deflagatore. Dimenticavo le super cuffie d’ordinanza. Ovviamente bianche d’ordinanza. All’esterno arrivano suoni strani, non lo voglio manco sapere. Cosa ascolti, uomo tecnologico.

Dopo la scenetta della tavola apparecchiata, parte il conflitto storico-ideologico: io, senza ombra di dubbio, stono. Classico libro di E.A.P. (per caricare da venti l’aria da finto intelletto) che faccio finta di leggere per far colpo sul contenitore di arachidi di fronte a me (in realtà è solo carta igienica stesa tra due pagine nere di cartone, meglio, il finto libro ha l’aria trasandata e rivoluzionaria. Cosa che alle arachidi interessa moltissimo). Ad un tratto Stiv Giobbs cala sul tavolo il pezzo da novanta, l’asso nella manica tecnologica: la telefonata di lavoro o con un altro essere tecnologiamente avanzato. Un evento a cui non ero preparato. Termini più utilizzati, almeno un tre-quattro volte a testa: “dato in trattato”, “interfaccia”, “via Gsn”, “commo”, badge”, “software” (palma d’oro con 5 nomination), “normalizzare file” (miglior attore non protagonista con 4 nomination), “power”, “giro le unità”, “sani dati”. La carta igienica che stringo tra le dita fossili è roba d’èlite.

Chiude dopo circa due minuti e mezzo di cianfrusaglie e vedo, sempre grazie e attraverso le lenti tecnico-tattiche, che mi osserva compiaciuto dalle sue lenti ovviamente tecnologiche. Aspetta la mossa dell’uomo del ventesimo secolo, dell’essere zero punto zero, dell’uomo di Neanderthal. Allora, alla Zeman, parto in contropiede. Testiamo l’unica cosa umana che gli sarà rimasta, il cervello. Vado in bagno ma prima di abbandonare il mio tavolino chiedo cortesemente:

- Scusa puoi dare un’occhiata alla mia (pidocchiosa, ndr) roba ? – mi guarda convinto, l’uomo tecnologico.

– Certo fai pure, tranquillo.

Quando torno lo ringrazio e con una finta alla Jair mi giustifico:

– Sai, so che ho poco da portar via, ma non si sa mai, con tutta questa gente.

Forza, autoctono, dimmi la tua. Lui mi guarda come se fosse l’ultimo momento della sua tecnologica esistenza e sbàzzina la sentenza:

– Mah, le cose a cui dai valore sono le cose a cui tieni tu, mica altro.

Porc…  pure dal maledettissimo uomo tecnologico ho un sacco da imparare!

Comunque, la battuta su “tutta questa gente”, son sicuro, non l’hai capita, maledettissimo uomo tecnologico!

Vanuzzo from Dolo

La storia suggeriva già la soluzione. Lo schema sul tiro finale della Dinamo Sassari poteva essere il seguente, forse l’unico che una squadra di pallacanestro potrebbe mai impostare: palla ad un americano, sperando sempre di averne uno, e pensaci tu, figlio dello zio Sam. C’entrano poco altri aiuti, dal piano Marshall a quello contro il Terzo Reich. Semplicemente quell’agglomerato di stati, 50 più 1 distretto, il pezzo di terra più odiato e più amato del pianeta, è la patria di Magic Johnson e Michael Jordan. È il basket, lo sport nato a Springfield, Massachusetts, nel 1891. Proprio perché diventasse internazionale, colui che lo inventò, ironia della sorte per l’american dream (team), fu un cugino canadese.

Precisamente, il dottor James Naismith scrisse le prime 13 regole prendendo spunto dal passatempo che i ragazzini dell’Ontario usavano come gioco: “Duck on a Rock”, il cui unico scopo era quello di lanciare un sasso con traiettoria a parabola, dal basso verso l’alto. Nessuna retìna, niente avversari, niente perimetro da tre punti. La tredicesima e ultima regola ideata da Naismith è questa: “La squadra che segna il maggior numero di punti nel tempo utile è dichiarata la vincitrice dell’incontro. Nel caso di pareggio, il gioco può continuare, se i capitani sono d’accordo, fin quando non viene segnato un altro punto”.

Quanto deve essere stato d’accordo, ieri sera, uno dei due capitani ? La palla arancione attraversa i 6,75 metri e Vanuzzo è lì, libero, in posizione centrale. Si aggira ad una distanza di circa 7 metri. Manuel è il capitano di questa squadra. A differenza di altri sport, nel basket il giocatore che ha l’onore e allo stesso tempo l’onere di fregiarsi di questo ruolo, lo detiene anche se non sta in campo. Da tempo ha accettato un ruolo di minor quantità, puntando sulla qualità. Il tiro che ne segue è una parabola, guarda un po’, come da vecchio regolamento. Come da principio. Come in gara 2. Finisce dentro senza neanche capire quale materiale circoincida il secchiello.

E pazienza se Vanuzzo non è nato a Chicago, Boston o Los Angeles, ma a Dolo, comune di 15 mila abitanti, tra le rive del Naviglio. A Sassari, va bene lo stesso.

Nel campetto sotto casa mia

Il campetto sotto casa mia, era tutto. Era le Olimpiadi di Seul, il mondiale di Spagna ’82 e qualsiasi edizione di Wimbledon, tutto messo assieme. Il campetto sotto casa mia era l’Aleph di Borges, il Nirvana di Cobain e la lampada di Aladino. Era lo sprawl di Case e la percezione a cui aspirava Jim. Nel campetto sotto casa mia potevi essere chi volevi, se soltanto lo avessi desiderato. Il campetto sotto casa mia era la nostra Cinecittà. Chi volevi essere, quel pomeriggio? Michael Jordan, Diego Maradona, Gianni Bugno o Stefan Edberg? Volevi essere Joe Di Maggio? Provammo pure con il baseball americano, noi che si era cresciuti a pane, nutella e Marco Van Basten. E infatti si vedeva, usavamo palline da tennis e bastoni di legno, e se questo era sinonimo di pessimo risultato, beh, dovevate vedere quando si lanciava la pallina. O quando chi si trovava in battuta provava a rispondere.

Nel campetto sotto casa mia, poi, non c’era spazio per loro, gli altri direbbero Jack e Sawyer: i grandi. Era terreno off limits. I pochi che accompagnavano i bimbi, anzi i guerrieri!, all’arena non scendevano neppure dall’auto. Rimanevano tra la strada e il marciapiede scrutandoci alzando il finestrino lentamente. E sempre lentamente andavano via, cinematograficamente, lanciando occhiate felpate dallo specchietto retrovisore. Roba che neanche un check point a Kabul. Volava di tutto, dalle palline da tennis ai palloni a scacchi, fino ai palloni arancioni, più grandi e più pesanti. A volte pietre, a volte volavano pure schiaffi. I grandi in quel perimetro erano una scocciatura. Nel campetto sotto casa mia erano il mister che ti lascia in panchina, il compagno che non ti passa la palla. Erano la pubblicità durante la finale di Coppa del Mondo. Erano le vuvuzela che annunciavano la fine delle ostilità. All’ora di cena nel campetto sotto casa mia scendeva il gelo, triplice fischio finale e tutti sotto la doccia. Il giorno dopo, stesso menù.

Ti attraverso adesso, con la mente all’ultimo giorno in cui incrociai la tua strada, campetto sotto casa mia, e non ti riconosco più. Non puoi essere lo stesso posto in cui vent’anni fa segnai la mia prima marcatura, solo davanti al portiere. Il rumore sordo del tango che si infranse sul cemento armato, proprio alcuni centimetri all’indentro in cui disegnammo il palo destro della porta rettangolare, non lo dimenticherò mai. Per fare il classico tocco sotto, lasciavi metà scarpa a marcire sull’asfalto. O forse no: era il mio primo canestro, o il primo strike. O forse il primo ace, suvvia chi lo sa. Che importa. A confronto il Maracanà era un gazebo per raccogliere fondi a favore dei parlamentari trombati. Vuoto e silenzioso.

Ti guardo, campetto sotto casa mia, e ti vedo incurato, abbandonato e, soprattutto, solo. Il silenzio regna assordante. O forse sono solo percezioni dell’ultima volta che ci passai. In compenso, nel campetto sotto casa mia, in quel muro in cui stazionava la porta adesso abbondano le scritte. Viva quello, abbasso questo, forza quell’altro. A quei tempi, nel campetto sotto casa mia, non c’era spazio per i like e per le celebrazioni dei nostri idoli.

Eravamo troppi impegnati a cercare di batterli, sognando di prenderne il posto.

Nel campetto sotto casa mia.